Transmediale: si mangia?

2

aprile 20, 2012 di Valeria Amendola


Dovendo spiegare a un professore cosa sia il transmediale, nel tentativo di convincerlo a intraprendere questa tesi, ho pensato di affiancare un paio di definizioni scritte da studiosi ben più competenti di me per dare un’idea più chiara possibile di cosa andare a esporre al ricevimento.

Questi appunti sono principalmente per me, tuttavia qualcun altro potrebbe trarne giovamento, quindi eccoli pubblicati.

Trans-mediale. Viene in mente qualcosa che sia presente trasversalmente su più media. Ma in cosa differisce dal cross-mediale?

La pratica transmediale è un processo che coinvolge contemporaneamente più media al fine ultimo di narrare. Narrare è inteso qui nel suo senso più ampio: si può intendere un romanzo (come nel caso del recentissimo Il messaggio segreto delle stelle cadenti di Max Giovagnoli), si può intendere come esperienza di viral marketing (la campagna pubblicitaria di Lost), si può intendere un film (Matrix e tutto l’universo al film correlato) e così via.

Christy Dena, punto di riferimento nel campo del cross-mediale e del transmediale, definisce così la transmedia practice nell’introduzione della sua tesi di dottorato:

The theory of transmedia practice examines a creative practice that involves the employment of multiple distinct media and environments for expression.
[Christy Dena, Transmedia Practice: Theorising the Practice of Expressing a Fictional World across Distinct Media and Environments]

Henry Jenkins ci dice che il transmedia storytelling

represents a process where integral elements of a fiction get dispersed systematically across multiple delivery channels for the purpose of creating a unified and coordinated entertainment experience. Ideally, each medium makes it own unique contribution to the unfolding of the story. So, for example, in The Matrix franchise, key bits of information are conveyed through three live action films, a series of animated shorts, two collections of comic book stories, and several video games. There is no one single source or ur-text where one can turn to gain all of the information needed to comprehend the Matrix universe.
[Henry Jenkins, Transmedia Storytelling 101, http://www.henryjenkins.org/]

Il primo film di Matrix (1999) deve essere considerato il testo base dal quale si è dipanato tutto il resto. I fumetti o i videogiochi avrebbero avuto ben minore successo, oltre che motivo d’essere, senza il film e quindi, in un certo senso, Matrix è la fonte madre. Non l’unica, ma quella più importante.

E la differenza tra cross-mediale/transmediale? Nicoletta Iacobaccitransmedia expert ed evangelist, nonché curatrice del TEDx Transmedia, spiega:

In transmedia storytelling, content becomes invasive and permeates fully the audience’s lifestyleStephen Erin Dinehart, who coined the term transmedia and created the VUP (viewer/user/player) relates this model to Richard Wagner and his concept of “total artwork” (“Gesamtkunstwerk“) where the spectator becomes actor/player. A transmedia project develops storytelling across multiple forms of media in order to have different “entry points” in the story; entry-points with a unique and independent lifespan but with a definite role in the big narrative scheme.

[Nicoletta Iacobacci, From crossmedia to transmedia: thoughts on the future of entertainment, http://www.lunchoverip.com/2008/05/from-crossmedia.html]

Il transmediale è un puzzle: ogni pezzo concorre alla narrazione. Non si tratta solo di una trasposizione mediale o di una traduzione intersemiotica, ma di un racconto che utilizza media diversi. Per esempio: in Lost possiamo usufruire anche solamente del testo base, il telefilm. Quanto però è più efficace l’intera esperienza transmediale che, al di là delle stagioni in tv, sfrutta internet (il sito della Oceanic Airlines, i video della Dharma e la sequenza di Fibonacci, etc) e il viral marketing per creare un intero universo di suggestioni e misteri?

Tuttavia la narrazione transmediale non è solo una frammentazione del racconto. C’è un motivo per cui la sequenza della narrazione viene affidata a media diversi. Ogni sequenza ha un obiettivo preciso e si offre a un target preciso: ogni medium fa ciò che sa fare meglio.

Un altro aspetto importante da considerare è il ruolo di pervasività della narrazione, specialmente quando questa avviene su internet (iper-medium privilegiato per il transmedia storytelling).
Il caso del recente telefilm targato BBC, Sherlock (2010), è un buon esempio. Nel telefilm si seguono le vicende, ri-narrate in chiave contemporanea, di Sherlock Holmes e John Watson. Come prevedibile, nel 2010 Sherlock ha un sito (che non ha molto successo) e Watson un blog, dove riporta i casi e dove i personaggi della serie commentano. Il passaggio dalla fiction alla realtà dello spettatore è immediato.

Per ora mi fermo qui. Devo ancora riformulare gli appunti del TEDx Transmedia e tanta carne è sul fuoco. Ce la farò, giovedì prossimo, a condensare tutto in poche frasi concise?

About these ads

2 thoughts on “Transmediale: si mangia?

  1. Patricia scrive:

    Grazie cara! Mi ha servito un sacco…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 567 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: