The Seed è un interessante progetto di Goat & Monkey: è una caccia al tesoro combinata con eventi e perfomance, che affonda le radici nella storia inglese.

Helen, che lavora presso una fantomatica Millennium Seed Bank, è alla ricerca di un seme disperso da un secolo (ma sarà ancora in grado di generare una pianta?). Seguendo la pagina, non si assiste solo allo svelamento gradualmente della storia, ma si è chiamati in prima persona ad aiutare l’eroina nella ricerca.

Gli indizi, però, non si trovano solo su Facebook e la ricerca non è portata avanti solo da Helen. Nei Great Garden of Sussex, infatti, si svolgono periodicamente delle perfomance che hanno il fine di svelare ulteriormente la storia, fornendo nuovi indizi e presentando nuovi personaggi.

La narrazione si basa sulle vicende dei leggendari cercatori di semi di questo orto botanico che, in epoca vittoriana, giravano in lungo e in largo per rifornire i giardini di piante rare.

L’idea è buona: partire da una storia reale aiuta a contestualizzare meglio la fiction e senza dubbio è di grande aiuto per la pubblicizzazione del luogo. Peccato che il primo svantaggio si ritrovi nel non poter partecipare agli eventi. I contenuti condivisi durante le perfomance sono fondamentali per la caccia al tesoro? E se no, è realmente transmediale uno storytelling non pervasivo?

Riporto ciò che Robert Pratten, CEO di Transmedia Storyteller Ltd., quando parla dei sette principi delle future dimensioni narrative e che io mi sento di abbracciare come principi fondamentali per un buon progetto.

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Assistere a un evento fisico (non telematico), può aiutare il giocatore a confondere realtà e finzione, ma il contenuto è disponibile ovunque e in ogni tempo? No. In questo caso, il compromesso consiste nell’accettare che il target principe sia un giocatore del Sussex. Perché allora non confinarlo a un gioco locale e renderlo mondiale? Non so voi, ma, se in futuro mi troverò nel Sussex, dopo questa esperienza, un salto ai giardini lo farò sicuramente.

3 pensieri su “The Seed: davvero transmediale?

  1. Ciao, complimenti per la scelta della tesi.
    Quanto al progetto che citi, è in realtà una questione annosa, perché quando si arriva ai limiti dell’a.r.g. c’è per forza una localizzazione geografica. Budget così grandi per far giocare tanti in diversi posti, non ci sono stati in tempi migliori, figuriamoci oggi con la crisi. Per questo, come citava Jeff Gomez nel numero 50 della nostra rivista, gli alternate reality games sono l’aspetto più affascinante del transmedia storytelling, ma al contempo, uno dei più complessi. E costosi!:)

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