Derrick De Kerkchove: «Tutto è transmediale»


Intervista a Derrick De Kerkchove in occasione del TEDxTransmedia, 30 settembre 2013, Maxxi, Roma

Il transmedia storytelling è oggi sulla bocca di tutti, ma non è forse un’esplicitazione di qualcosa già presente e implicito nella nostra cultura, moderna e antica? O è solo un nuovo approccio ai media oggi disponibili?

Sono d’accordo con alcuni relatori che hanno detto che transmedia è una brutta parola. Non è veramente brutta, piuttosto si riferisce alla scoperta della ruota. Tutto è transmediale, il nostro modo di parlare, adesso, è già transmediale. Tutta la scrittura è transmediale. È il passaggio di un modo di esprimersi a un altro, per far conoscere le cose in un altro modo. L’arte è da sempre transmediale. Noi intendiamo con «transmediale» il transmedia elettronico. Portare cioè un contenuto e svilupparlo in modo frammentato, scattered, scatenato anche. Questo stimola certamente un modo di narrazione nuovo. Il problema è questo: le tecnologie fondamentali, come l’elettricità che ho citato nel mio intervento, nel loro sviluppo creano una specializzazione della risposta dell’utente. Siamo ipertestualizzati, e il transmediale è assolutamente ipertestuale.

Direi che questa dimensione è dovuta all’esplosione e all’implosione dei sensi sul mondo digitale. L’alfabeto ha creato una separazione dei sensi e una specializzazione di ciascuno nelle arti che conosciamo – musica, danza, scultura, pittura. Tutte queste arti sono nei vari sensi scatenate e separate l’una dall’altra. La realtà virtuale porta tutto dentro di sé e crea un’implosione della sensorialità, portandola a un nuovo grado.

Il linguaggio, attraverso l’elettricità, diventa una cosa molto diversa dal linguaggio che passa attraverso la scrittura. Il transmediale è una novità aspettata dalla gente, nel senso che è una domanda inconscia, ma presente.

Non possiamo prescindere dallo strutturalismo, dal decostruzionismo, dalla sperimentazione francese (OuLiPo, per esempio) e dalla letteratura combinatoria. In che termini il transmediale può essere considerato un discendente di questa lunga tradizione letteraria e quindi del modello dell’ipertesto mentale?

Il problema è che ora tutti parlano di storytelling, perché è l’unico modo di fare commercio, politica, mindshifting, ma lo storytelling esiste dall’inizio della nostra cultura. Il vecchio bardo ricordava 20.000 righe senza testo. Quando arriva l’alfabeto, i greci hanno subito molti cambiamenti. Hanno creato, ri-mediato, per capire cosa succedeva. L’invenzione delle Tre Parche è esemplare. Cloto fila il destino, Lachesi lo misura, Atropo lo taglia. Questo è uno storytelling generalizzato in ciascuno di noi: il nostro destino, la nostra storia. Che è una linea, come la linea della scrittura.

Cosa succede quando abbiamo l’ipertesto? Lo storytelling diventa frammentato e l’utente giustappone le cose al modo che gli interessa. Questo è normale in una cultura presente, non più lineare, come il destino che va verso il futuro. Lo storytelling oggi è frammentato, ma continua ad avere forma. Se non ha forma, non è niente. Questa è la problematica più interessante del transmedia storytelling.

Nella previsione di un futuro potenzialmente transmedia-centrico, dove tutti i piani narrativi sono connessi, che effetti a lungo termine possiamo immaginare, in termini di linguaggio visivo, surplus cognitivo, linguaggio verbale?

Dobbiamo ripensare letteralmente alle condizioni e al contesto d’uso del transmediale. È chiaro che mettere una televisione in una macchina non è una buona cosa, almeno se sto guidando. La radio, in un’automobile, va benissimo.

Il transmediale, a livello creativo, potrebbe essere abbastanza stimolante. Dobbiamo anche riconoscere il merchandising, che è già transmediale. Nessuno ne ha parlato, ma è la bestia nera del transmediale.

Questo stimola anche l’immaginazione del disegnatore. Io non sono realmente futurista, mi definiscono tale ma ho paura a prevedere il futuro più in là di 2-3 anni.

Ho presentato un progetto che considero veramente la next big thing, e-motive. Questo è uno storytelling da lasciare a bocca aperta: quello che viene dalla tua propria testa.

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