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Non si può negare che Lo chiamavano Jeeg Robot, il film diretto e prodotto da Gabriele Mainetti con protagonisti Claudio Santamaria e Luca Marinelli, sia stato un grande evento per il 2016, e non solo cinematografico.

Il film ha entusiasmato il grande pubblico, oltre che gli amanti del genere, essendo riuscito a generare un nuovo fandom su livelli molto differenti e avendo saputo unire e rielaborare diversi immaginari e generi, dal pulp al poliziottesco, dalle atmosfere Marvel agli anime giapponesi degli anni ’70.

È stato perfino detto che Lo chiamavano Jeeg Robot sia stato il film italiano più importante del 2016. Perché?

[…] Lo chiamavano Jeeg Robot ha fatto una cosa che in Italia non succedeva da tanto tempo: ha creato un immaginario. Uno nuovo, possibile, verosimile. Dove un uomo, l’Enzo Ceccotti interpretato da Claudio Santamaria, è solo un uomo, un malvivente, un teppistello di quart’ordine, e dove essere eroi significa essere pronti a cambiare.

jeeg-cover.pngA conferma della volontà dell’autore di espandere la produzione attraverso più media, è stato distribuito in occasione dell’uscita del film l’omonimo fumetto. Non una trasposizione o un adattamento, ma un sequel su carta della pellicola cinematografica uscito in edicola con La Gazzetta dello Sport.

Il piccolo albo è stato scritto da Roberto Recchioni, attuale curatore del bonelliano Dylan Dog, e disegnato da Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone. Alla copertina ufficiale di Recchioni si affiancano tre variant, firmate da Leo Ortolani, Giacomo Bevilacqua e Zerocalcare.

Così come evidenziato dallo stesso Recchioni nell’introduzione, il numero espande la narrazione del film, configurandosi come esempio di testo transmediale. L’episodio raccontato è autonomo e successivo alle vicende della pellicola. Nonostante questo, però, il fumetto è privo di spoiler.

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Probabilmente questo requisito – indispensabile per un fumetto che precede e lancia l’uscita del film e che non può quindi rovinarne la trama – diventa l’arma a doppio taglio della fruibilità stessa del testo su carta. Nel fumetto, infatti, succede poco e tutto è in relazione a quanto raccontato dal film. Vediamo lo zingaro deturpato, lo scambio tra lui ed Enzo e Ceccotti idolatrato dai fan e messo al patibolo dagli stessi subito dopo.

E poi c’è questo scambio meraviglioso.

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Nonostante quindi l’episodio a fumetti risulti troppo prudente (per ovvie esigenze), l’operazione in sé, narrativa e promozionale, convince e diverte, intercettando il pubblico di riferimento con un prodotto di nicchia e collezionabile (vedi: le quattro cover variant).

 

In sostanza un buon esperimento, che accontenta marketing e appassionati e che speriamo sia l’avvio per ulteriori sperimentazioni.

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