Pinky Elephant: un progetto transmediale su Kickstarter

Pinky Elephant: un progetto transmediale su Kickstarter

Save the Land of Pink and the entire Spectrum of the Colorverse from a colorless doom lacking contrast. Will you take the call?

ArtworksDopo Exploding Kittens, un altro progetto su Kickstarter – Pinky Elephant – ben diverso, ma ugualmente ben progettato, potrebbe farci perdere la testa. Stavolta il protagonista è un elefante rosa, il cui mondo (Land of Pink) è improvvisamente minacciato da Droni malvagi che ne vogliono rubare il colore e la felicità.

Pinky Elephant è composto da tre atti. Il primo sarà un libro, il secondo un gioco/app e il terzo sarà svelato in corso d’opera e rimane tuttora un mistero. Ogni azione, è promesso, sarà guidata dallo spettatore/utente/giocatore.

Il progetto è stato ideato da Stephen E. Dinehart, narrative designer, attivo da decenni nell’industria dei videogiochi e del transmedia storytelling, e che tutti noi conosciamo quantomeno per aver citato, a sproposito o meno, per la sua definizione di VUP,

In a transmedial work the viewer/user/player (VUP) transforms the story via his or her own natural cognitive psychological abilities, and enables the Artwork to surpass medium. It is in transmedial play that the ultimate story agency, and decentralized authorship can be realized. Thus the VUP becomes the true producer of the Artwork.

o per essere stato uno degli autorevoli speaker nella prima edizione del TEDxTransmedia.

Noi ci siamo subito affezionati alla storia del piccolo Pinky. Speriamo che il progetto riesca a ottenere i fondi necessari per poter essere completato e distribuito. 25$ glieli doniamo volentieri, e tu?

Pink Elephant on KickStarter

Barilla lancia Guardatustesso.it, un viaggio dal campo alla tavola

Barilla lancia Guardatustesso.it, un viaggio dal campo alla tavola

Dal campo fino all’arrivo in tavola: Barilla e Y&R ci invitano su Guardatustesso.it a scoprire tutte le tappe del ciclo produttivo dei suoi sughi pronti.
Presentarsi semplicemente con un sito sarebbe stato poco per un’azienda da sempre attenta all’aspetto narrativo ed emozionale della sua promozione e infatti Barilla ha deciso di mostrarci un racconto per immagini (dopotutto: images are still king) diretto ed efficace, avvalendosi della tecnologia di Google Maps Street View e del supporto di National Geographic.

Su Guardatustesso.it siamo presi per mano e condotti lungo il percorso produttivo: tramite Google Maps, possiamo vedere i campi dove basilico e pomodori sono coltivati a perdita d’occhio o le immagini a 360° degli stabilimenti operativi di Rubbiano. Infine, i contenuti video di National Geographic integrano alcuni aspetti della produzione tramite interviste e mini-documentari ad alta qualità.

La piattaforma digitale è usabile, efficace e diretta: punta tutto sull’immagine ma, paradossalmente, poco sull’interattività (le reali leve – e cioè le possibilità dell’utente di influire sul prodotto tecnologico – non esistono). Lo storytelling aziendale è semplice e ben riuscito: l’innovazione ha saputo raccontare la tradizione di un brand che da sempre sposa i valori di famiglia e benessere.

Monet a Pavia: lo storytelling culturale per conoscere l’autore e la città

Monet a Pavia: lo storytelling culturale per conoscere l’autore e la città

Linnea e il giardino di Monet

Da bambina, turista ignara del Musée d’Orsay, del Marmottan e di Giverny, mi era stata regalato un libretto illustrato: Linnea nel giardino di Monet.

Una bimbetta poco più grande ma non tanto diversa dalla Valeria di allora, tale Linnea, ripercorreva la vita e i luoghi di Claude uomo e di Monet artista: dalla sua numerosa famiglia alla sua passione per il Giappone e per le arti figurative orientali che molto hanno ispirato la sua pittura e il suo bon retir a Giverny, dal principio della malattia alla cecità ormai quasi totale che modificò il suo sguardo sul mondo.

Tutt’oggi, grazie a quel libro illustrato, ricordo molti aneddoti di Monet che gli studi, liceali prima e universitari poi, hanno rinfrescato, integrato e arricchito. Il primo imprinting, però, lo devo ancora a Linnea: una storia mi ha raccontato un’altra storia.

Su simili premesse si apre la mostra Monet au cœur de la vie ospitata, dal 14 settembre scorso, presso le Scuderie del Castello Visconteo a Pavia.
Un’esposizione che non solo raccoglie l’insieme di opere prese in prestito da musei di tutto il mondo, ma oltrepassa il perimetro del castello visconteo per raggiungere sei punti nevralgici pavesi con il percorso interattivo Monet in città.

La mostra è un viaggio nel cuore della vita di Monet, raccontato attraverso le voci di sei personaggi chiave del suo percorso umano e artistico.
Gli incontri, i successi, così come i momenti difficili sono stati ricostruiti sulla base di preziose lettere – provenienti dal Musée des Lettres e de Manuscrits di Parigi ed esposte in mostra –  in cui il pittore racconta particolari momenti e stati d’animo della sua vita.

Locandina Monet Pavia

Organizzato da Alef, il doppio percorso espositivo e cittadino della mostra Monet au cœur de la vie rappresenta un buon tentativo di esperienza transmediale che sfrutta la notorietà di un autore per far conoscere la città, e sfrutta la città per raccontare la vita dell’autore.

Quanti bambini, in futuro, si ricorderanno delle lettere tra George Clemenceau e Claude Monet mentre il papà offriva loro un gelato all’ombra della Basilica di San Michele?

I creatori dei The Lizzie Bennet Diaries ci provano ancora. Emma? Approved.

I creatori dei <em>The Lizzie Bennet Diaries</em> ci provano ancora. Emma? Approved.

Emma ApprovedSono passati sette mesi dal centesimo e ultimo episodio dei The Lizzie Bennet Diaries: un Emmy award conquistato come Original Interactive Program, più di una trentina di account disseminati nei vari social network e una grande storia.

Oggi, Bernie Su e Hank Green, creatori di TLBD, non paghi del successo ottenuto finora, ci riprovano con un nuovo progetto, basato ancora una volta su un romanzo di Jane Austen: Emma.

Emma Approved, dopo mesi di lancio (#WhoIsEmma?), attese e peripezie, è finalmente online. Emma è un personaggio che non senza difficoltà definiremmo antipatico, un’eroina che la Austen creò per sé, consapevole di aver disegnato una figura fastidiosa («I am going to take a heroine whom no one but myself will much like.») che, solo con l’evolversi della narrazione, cresce e si fa più amabile.

Questo primo episodio non smentisce il canone. Emma, troppo perfettina e ben lontana da quanto Lizzie ci aveva abituata, apre un canale YouTube e ci racconta le sue vicende di lifestyle coachmatchmaker che già da ora non sembrano essere così fortunate. Esemplare è il dialogo tra Emma e Alex Knightley:

Alex: Who is them?

Emma: The future editors of this documentary.

A.: Okay. And what exactly is that we’re documenting?

E.: My greatness.

A.: For what purpose?

E.: Future achievements.

A.: What type of achievements?

E.: Like when I receive my prestigious Lifetime Achievement Award in Lifestyle Excellence!

Non solo, quindi, seguiremo i tentativi di Emma di creare coppie felici ma ne ascolteremo anche i consigli in merito a moda e lifestyle.

Siamo pronti, con occhi spalancati e orecchie aperte, a goderci questa nuova avventura nell’universo Pemberley?

Potete seguire Emma su Instagram, Twitter, Facebook e sul suo blog.

Sito – http://EmmaApproved.com
Twitter – https://twitter.com/EmmaApproved
Twitter Alex Knightley – https://twitter.com/AlexKnightleyEA 
Facebook – https://www.facebook.com/EmmaApproved
Tumblr – http://EmmaApproved.tumblr.com/
Google + – http://gplus.to/EmmaApproved
Instagram – http://instagram.com/emmaapproved

Non scrivere solo un curriculum vitae: racconta la tua storia.

Non scrivere solo un curriculum vitae: racconta la tua storia.

Anna è una brava studentessa: ha passato cinque anni all’università e si è laureata da poco con lode in Editoria e Scrittura presso la facoltà di Lettere. Banale.

Anna è reduce dell’ordinamento 509 che le ha consentito, durante i tre anni della laurea breve, di sostenere più di quaranta esami. Non solo, Anna è (era) iscritta alla Sapienza di Roma, motivo per cui, di questi quaranta esami, più i dodici del biennio magistrale, circa la metà avevano programmi discordanti, professori assenti, appelli inesistenti. Fortunatamente, come dicevamo, Anna è una brava studentessa e anni di filologia, linguistica, biblioteconomia e informatica umanistica le hanno fornito i giusti strumenti per fare ordine nella giungla burocratica dei suoi cinquantadue esami.

Anna in questi cinque anni non ha solo studiato. Si è rimboccata le maniche e ha acquisito nuove competenze. Durante gli ultimi anni di liceo ha iniziato per gioco e passatempo un lavoro che è diventato, con il tempo, sempre più serio e importante e che le ha permesso di costruirsi una buona rete di contatti e, successivamente, di pagare l’affitto.

La storia è ora meno banale, più avvincente: l’eroina ha dovuto superare ostacoli e avversità pur di raggiungere l’ambito traguardo.

Ma dopo il traguardo, cosa c’è?

Anna, dopo la laurea, è decisa ad abbandonare la sua prima occupazione o, quantomeno, a integrarla con gli studi fatti. Inizia a inviare alcuni CV, sperando in risposte e colloqui.

È fortunata: a lei nessuno ha proposto, come a un suo amico e collega, uno stage di 30 ore settimanali con rimborso spese di 30 euro senza previsione di assunzione.

Il suo curriculum non è scarno di esperienze formative, lavorative e tirocini, eppure manca qualcosa: la storia di Anna. Il suo percorso non è solamente un elenco di lavori e studi. Anna, come ognuno di noi, ha da raccontare la sua esperienza: perché l’azienda X dovrebbe volerla assumere? Perché la casa editrice Y dovrebbe avere bisogno proprio di lei per poter immettere nuova benzina nel suo motore redazionale?

Molto sta nella capacità dell’addetto alle risorse umane, figura non sempre prevista nelle piccole società, ma moltissimo è responsabilità di Anna.

Lo storytelling può aiutarci?

Anna è il mio terzo nome (il secondo non lo dirò mai) e appartiene alla persona che ha acquisito la consapevolezza che il proprio curriculum non racconta poi molto. Come può aiutarmi lo storytelling nella stesura del mio CV o, meglio, della lettera di presentazione?

Ogni storia ha una sua struttura e alcuni nodi ben precisi: presentazione dell’eroe, climax, risoluzione del conflitto, conclusione.

mythquest

Come poter sfruttare gli strumenti tipici dello storytelling per vendere sé stessi?

La lettera di presentazione: l’abstract della tua storia professionale.

La lettera di presentazione, o di accompagnamento, a cui allegare il proprio curriculum, deve essere la base da cui partire per poter costruire la tua identità. Dev’essere sinteticaincisiva ma completa. Il curriculum rimarrà un elenco di esperienze lavorative e formative ma sarà supporto fondamentale della nostra lettera, le darà valore e fondamento. Per rimanere in tema: la lettera di presentazione è l’abstract della tesi, il curriculum la sua bibliografia.

Chi siete, cosa avete fatto, cosa volete fare.

Nel mio lavoro ho collaborato con numerosi tipi di persone: il più delle volte sfruttatori o incompetenti, spesso anche professionisti seri e da cui ho imparato molto, raramente (un paio?) figure di riferimento da ammirare e invidiare. Solo una persona però, durante un colloquio, mi ha chiesto: «ma tu, al di là di ciò che hai fatto nella vita e di ciò che è spendibile sul mercato, cosa vorresti fare? Cosa ti piacerebbe fare?»

È raro incontrare persone simili, tanto che nel pot-pourri di cose che faccio o ho fatto, ho dovuto pensarci un po’. Tuttavia, in un colloquio, anche cinque secondi sono un tempo lunghissimo, e quindi in fretta ho dato una mia risposta: arzigogolata e confusa. Fortuna che il colloquio non si limitasse a quella mia risposta, ma a tutta la conversazione amabilmente avuta in 45 minuti, altrimenti avrei fatto la figura della peggiore citrulla sul mercato.

Nella lettera di presentazione, e durante il colloquio, spiega chi sei, cosa hai studiato e fatto nella vita. È vero, il più delle volte, specie se ambisci a un posto come ingegnere meccanico in Fiat, può essere inutile raccontare che hai studiato violoncello per anni. Perché, però, non raccontare che siete un capo scout? Vinto il pregiudizio, motiverai le tue capacità relazionali, dimostrando di saper gestire il singolo come il gruppo e avendo sviluppato skill gestionali, organizzative e sociali. E ancora: se durante gli anni dell’università hai svolto attività di volontariato o di ricerca o di svago che ti hanno portato lontano nel mondo, raccontalo. Posti nuovi stimolano nuove idee e aprono la mente. Quell’esperienza ti ha formato e ti ha sicuramente lasciato molto: raccontaci cosa.

Non solo: scrivere di aver svolto una data mansione non dice nulla sul come l’hai portata avanti. Potresti essere stato un disastro o, al contrario, aver portato al tuo datore di lavoro notevoli vantaggi: quali? Al di là della specificità di ciò che ti era richiesto, racconta di come hai alzato le visite del portale con cui hai collaborato e di quante persone hai fatto iscrivere a quell’evento grazie alla tua idea vincente. Sul curriculum avrai solamente scritto «Giornalista presso Testata XY» o «PR presso BlaBla» e avrai omesso un particolare fondamentale.

Dicci, infine, cosa vuoi fare e motiva la tua ambizione con le tue capacità: il curriculum parla chiaro e il resto lo farà la formazione. Se l’azienda in questione è seria e se ti ritiene una persona valida, a questo punto vorrà investire su di te. Nessuno nasce pronto per un posto di lavoro, specialmente gli studenti appena usciti dall’università.

Tutti raccontiamo storie, anche quando non pensiamo di farlo. Scorri il tuo profilo su Facebook o su Instagram: non è la tua storia quella? Le considerazioni fin qui fatte sono piuttosto generiche: individuare i propri punti forti e renderli coerenti in un racconto.

Se lavori nell’ambito della comunicazione, poi, è un altro paio di maniche.

Sei un grafico o un animatore? Presentati con un video. Lunamargherita ha raccontato della sua famiglia, spiegando con successo il perché sia arrivata a fare dituttounpo’.

Sei un copywriter? Avere un blog è fondamentale: puoi fornire articoli utili e, al contempo, raccontarti: My Social Web di Riccardo Esposito è uno degli esempi migliori. Tramite il sito possiamo immaginarci Riccardo come persona e siamo quindi più invogliati a scegliere lui per i suoi servizi, piuttosto che un’agenzia qualsiasi.

Crea una tua immagine, magari un tuo brand, quindi raccontaceli.

Riuscire a sostenere un colloquio con il proprio gatto è già un buon esercizio.
Riuscire a sostenere un colloquio con il proprio gatto è già un buon esercizio.

Non esiste una ricetta precisa, ovviamente. Prova a guardarti dall’esterno: che tipo di persona sei? Cosa puoi offrire e come puoi raccontarti? Cosa può renderti originale nel mare magnum di curricula che ogni giorno affollano le caselle postali delle aziende?

E il tuo curriculum che storia racconta?

TEDxTransmedia 2013? No transmedia at all

TEDxTransmedia 2013? No transmedia at all

TEDxTransmedia 2013 Dangerously EthicalSe osavate sperare che il TEDxTransmedia di quest’anno parlasse di transmedia storytelling o, più in generale, di tecniche di storytelling applicate ai media convergenti, avete riposto male le vostre aspettative.

Quest’anno il format indipendente del TED dedicato al transmediale, che avrà luogo il 27 settembre nella eccezionale Villa Farnesina a Roma, storica sede dell’Accademia dei Lincei, ha come titolo «Dangerously Ethical». 

L’obiettivo di Nicoletta Iacobacci, curatrice dell’evento, è quello di generare

a wide-reaching and interdisciplinary conversation that can help overcome any fear about a super-technological future and inspire people with the tools to help create a future they want to live in.

L’intento è sicuramente nobile e i talks saranno senza dubbio interessanti e stimolanti, ma il focus è ormai del tutto svincolato dall’idea che la parola nel titolo dell’evento suggerisce. Non fa che confermarsi la delusione, smorzata giusto da qualche intervento, che già due anni fa serpeggiava tra i vari invitati al convegno che, digiuni del programma di sala, si aspettavano consigli pratici per gli addetti ai lavori.

Il transmedia storytelling è sicuramente il trend del momento, lo sappiamo: si è ormai configurato come un certo modo di fare marketing che da qualche anno viene proposto per molte categorie di prodotti, in primis dall’industria dell’entertainment. E al TEDxTransmedia va sicuramente attribuito il merito di aver posto l’accento su aspetti non propriamente commerciali riguardo l’argomento: ma è abbastanza?

Chi lavora nell’ambito della comunicazione, della didattica e non solo (penso, per esempio, alla valorizzazione dei beni culturali e del patrimonio artistico) rappresenta ancora un pubblico abbastanza digiuno di digital storytelling ed è a loro che ci si aspetta debba indirizzarsi un evento come il TEDxTransmedia, riuscendo a dare linee guida utili per sfruttare uno strumento potente ancora nelle mani di pochi.

Il transmedia storytelling usa una narrazione per creare un contesto, una sorta di dialogo completamente volto all’audience engagement. Un campo come l’insegnamento tramite un progetto transmediale è ancora poco esplorato: è oggi possibile immaginare una lezione di storia o di letteratura diffusa su più media (numerosi sono i primi esperimenti tentati su Facebook e Twitter, come il live tweeting della Seconda Guerra Mondiale o i più giustamente famosi The Lizzy Bennet Diaries).

The Lizzie Bennet Diaries

D’altronde un approccio simile ha più presa su una giovane platea di studenti rispetto a un libro di testo, specialmente se uno dei teaching media è vivo e vegeto, il professore, e in tempi stretti può modificare la narrazione per adattarla al suo pubblico.

Tornando al TEDxTransmedia di quest’anno: ci aspettiamo grandi ospiti, grandi interventi e un grande convegno al di là del transmedia storytelling. Varrà i suoi 130 euro di quota di partecipazione?

Derrick De Kerkchove: «Tutto è transmediale»

Intervista a Derrick De Kerkchove in occasione del TEDxTransmedia, 30 settembre 2013, Maxxi, Roma

Il transmedia storytelling è oggi sulla bocca di tutti, ma non è forse un’esplicitazione di qualcosa già presente e implicito nella nostra cultura, moderna e antica? O è solo un nuovo approccio ai media oggi disponibili?

Sono d’accordo con alcuni relatori che hanno detto che transmedia è una brutta parola. Non è veramente brutta, piuttosto si riferisce alla scoperta della ruota. Tutto è transmediale, il nostro modo di parlare, adesso, è già transmediale. Tutta la scrittura è transmediale. È il passaggio di un modo di esprimersi a un altro, per far conoscere le cose in un altro modo. L’arte è da sempre transmediale. Noi intendiamo con «transmediale» il transmedia elettronico. Portare cioè un contenuto e svilupparlo in modo frammentato, scattered, scatenato anche. Questo stimola certamente un modo di narrazione nuovo. Il problema è questo: le tecnologie fondamentali, come l’elettricità che ho citato nel mio intervento, nel loro sviluppo creano una specializzazione della risposta dell’utente. Siamo ipertestualizzati, e il transmediale è assolutamente ipertestuale.

Direi che questa dimensione è dovuta all’esplosione e all’implosione dei sensi sul mondo digitale. L’alfabeto ha creato una separazione dei sensi e una specializzazione di ciascuno nelle arti che conosciamo – musica, danza, scultura, pittura. Tutte queste arti sono nei vari sensi scatenate e separate l’una dall’altra. La realtà virtuale porta tutto dentro di sé e crea un’implosione della sensorialità, portandola a un nuovo grado.

Il linguaggio, attraverso l’elettricità, diventa una cosa molto diversa dal linguaggio che passa attraverso la scrittura. Il transmediale è una novità aspettata dalla gente, nel senso che è una domanda inconscia, ma presente.

Non possiamo prescindere dallo strutturalismo, dal decostruzionismo, dalla sperimentazione francese (OuLiPo, per esempio) e dalla letteratura combinatoria. In che termini il transmediale può essere considerato un discendente di questa lunga tradizione letteraria e quindi del modello dell’ipertesto mentale?

Il problema è che ora tutti parlano di storytelling, perché è l’unico modo di fare commercio, politica, mindshifting, ma lo storytelling esiste dall’inizio della nostra cultura. Il vecchio bardo ricordava 20.000 righe senza testo. Quando arriva l’alfabeto, i greci hanno subito molti cambiamenti. Hanno creato, ri-mediato, per capire cosa succedeva. L’invenzione delle Tre Parche è esemplare. Cloto fila il destino, Lachesi lo misura, Atropo lo taglia. Questo è uno storytelling generalizzato in ciascuno di noi: il nostro destino, la nostra storia. Che è una linea, come la linea della scrittura.

Cosa succede quando abbiamo l’ipertesto? Lo storytelling diventa frammentato e l’utente giustappone le cose al modo che gli interessa. Questo è normale in una cultura presente, non più lineare, come il destino che va verso il futuro. Lo storytelling oggi è frammentato, ma continua ad avere forma. Se non ha forma, non è niente. Questa è la problematica più interessante del transmedia storytelling.

Nella previsione di un futuro potenzialmente transmedia-centrico, dove tutti i piani narrativi sono connessi, che effetti a lungo termine possiamo immaginare, in termini di linguaggio visivo, surplus cognitivo, linguaggio verbale?

Dobbiamo ripensare letteralmente alle condizioni e al contesto d’uso del transmediale. È chiaro che mettere una televisione in una macchina non è una buona cosa, almeno se sto guidando. La radio, in un’automobile, va benissimo.

Il transmediale, a livello creativo, potrebbe essere abbastanza stimolante. Dobbiamo anche riconoscere il merchandising, che è già transmediale. Nessuno ne ha parlato, ma è la bestia nera del transmediale.

Questo stimola anche l’immaginazione del disegnatore. Io non sono realmente futurista, mi definiscono tale ma ho paura a prevedere il futuro più in là di 2-3 anni.

Ho presentato un progetto che considero veramente la next big thing, e-motive. Questo è uno storytelling da lasciare a bocca aperta: quello che viene dalla tua propria testa.